Palazzoni alti, cortine impenetrabili di cemento svettanti e isolate, viali larghi che spesso cambiano nome senza un perché, rotonde che ne interrompono la linearità: Librino come luogo dell'anima, palcoscenico sul cui sfondo si dipanano e s'incrociano gli accadimenti dei personaggi di questo romanzo. Microstorie di gente svantaggiata, scontenta, che, non ancora piegata e piagata da un'esistenza priva di tangibili prospettive grazie alla giovane età, cerca un riscatto là dove non dovrebbe, sbagliando clamorosamente. Altre microstorie s'intrecciano a queste, i cui protagonisti, più attrezzati socialmente e culturalmente, offrono ascolto e solidarietà. In mezzo una Bellezza che forse, da sola, può salvare il mondo. "Tre metri sopra Librino" ricalca il titolo di un fortunato film adolescenziale del 2004, modello per la giovane protagonista. Il finale, agghiacciante nella sua drammatica semplicità, pareggia simmetricamente la vicenda.
powered by Guido Scuderi
È nata a Catania, ed ha insegnato Lettere nella scuola media. Ha lavorato per diversi anni ad Amnesty International ricoprendo incarichi di responsabilità. Ha pubblicato nel 2009, “La bambola graffiata” 10 storie sui Diritti violati dei Minori. Nel 2011 è uscito “La lava e la  polvere”, romanzo storico ambientato nella Catania del ‘600.  Nel 2013 la raccolta di racconti “Corti di carta”, nel 2016 “Tre metri sopra Librino” e nel 2017 “A ritroso entrambi per Algra editore. Nel 2018 con "La via d'uscita" tratta l'argomento di una monacazione forzata nella Catania del '700.  Collabora con la Rivista Agorà”. Nel Piccolo letterario storico di Catania ha pubblicato una trentina di articoli di argomenti vari, dalla storia di Catania ai personaggi della Cultura, specialmente di donne. Nel Piccolo Almanacco di Catania tiene la rubrica “I grandi classici della Letteratura”.
COMMENTI DEI LETTORI:
Rosy Gras: (…) ho gustato con piacere il suo lavoro, centellinandolo in ogni sua parte. Apprezzo la sua originale struttura ad incastro e tutti gli ambienti così creati, al confine tra il passato e il presente, l'inconscio ed il conscio, la realtà artistica e quella ordinaria... Apprezzo molto la sua scrittura accogliente, morbida, chiarissima. Spero di leggere altri suoi scritti e.… ancora complimenti!
Anna Maria Grassi: (…) mi ha colpito la tua bravura e perizia nel descrivere due tempi e luoghi tanto diversi come la Milano dei giorni nostri e la Parigi di inizio Novecento. Poi ho apprezzato il senso di magico (anche se magico non è la parola giusta) che aleggia in tutto il romanzo. (…)  Complimenti davvero, e a presto.
Il Book Trailer




2017
Recensione de "L'Urlo"
Un pittore: (Edward Hopper) enigmatico e scontroso, misterioso e comunicativo della sua stessa incomunicabilità, annoda temporaneamente le esistenze dei due protagonisti, così strettamente che i suoi quadri diventano parte integrante della loro vita e della stessa vicenda raccontata. La quale presenta sfumature rosa, com’è ovvio pensare, che si tingono di giallo per poi trascolorare in un più rassicurante grigiore, volendo insistere con la metafora pittorica.
Una sfavillante Parigi inizio secolo fa da sfondo, insieme ad altre città italiane: Milano, prima, e poi Roma, intenti, i protagonisti, ad inseguire le mostre del nostro autore.   “A ritroso” è un pretesto per guardare dentro se stessi, per scoprire nelle pieghe più riposte della nostra esistenza quello che in noi è arte o si fa arte.
Il testo è arricchito dalle illustrazioni di Rossella Granata.
    PREFAZIONE di

    Giuseppina Radice

RECENSIONI:
    MeridioNews
    Milly Bracciante
PRESENTAZIONE:
Mercoledì 20 gennaio 2016 presso l'Auditorium del Circolo Didattico "G. Pizzigoni" di Catania



2016



2013
Presentazione
"Tattoo" da Corti di carta
Le short stories di Miette Mineo sembrano scatole magiche che, una volta aperte, emanano i profumi descritti, lasciando intravedere anche i colori del cielo o di una nuvola, le sfumature di un tramonto, la goccia di sudore che imperla la fronte di un perito settore e facendo intuire la paura di un amante dei tatuaggi perseguitato da un incubo. Lo stile è scorrevole, avvincente, sempre asciutto come quello di Steinbeck anche quando si dilunga appena un po' su un particolare degli occhi, di un'alba, sui cromatismi dell'acqua di un lago. Ed è stile ricco di "polpa narrativa" che rammenta pure la Fallaci la quale amava soffermarsi su un oggetto come sul credo e le teorie dei tanti personaggi storici, leader politici e condottieri intervistati. (Mario Bruno)
RECENSIONI:

      
Cristina Grasso
      
Sonia Nicotra
      
Domenico Trischitta

Presentazione, all'Orto Botanico
RECENSIONI:
    Sergio Sciacca   
    AMEDIT
    Università di Catania (Bollettino d'Ateneo)



2011
PREFAZIONE:
    Lina Scalisi
COMMENTO di Lina Scalisi
ULTIMI GIORNI DI MAGGIO




                                                                                                                                                                                                                                                                       Palermo, 28 maggio 1860
“Cuginetta carissima,
non posso fare a meno di raccontarti quanto è avvenuto in questi giorni, nella nostra bella città, perché sono sicura che anche tu saresti contenta di sapere…
Lui, l’eroe di oltroceano, biondo come il Nazareno è stato qui, nel nostro convento,
a salutarci e ricevere l’augurio di continuare e di portare a compimento l’impresa che con tanto successo ha già iniziato. Sì, proprio Lui! Garibaldi in persona, ha voluto onorare noi monache della sua presenza!
Il suo arrivo era stato annunciato da un tripudio festante di popolo venuto ad acclamarlo. Avresti dovuto vedere, mia cara Elenuccia, quante coccarde tricolori, che festa, con la banda che suonava... Soltanto per  santa Rosalia si vede tanta gente per strada! Noi, povere monache, appollaiate dietro le inferriate che davano sulla piazza, con gli occhi sgranati vedevamo il corteo militare avanzare, e pensavamo che sarebbe finito tutto lì, ma invece...cominciava tutto, giacchè la Madre Superora c’invitò in fretta a recarci nella sala del ricevimento, a dare un caloroso saluto al Nostro...”
Elena Speciale Di Belmonte dispiegò il foglio che le era stato recapitato da poco, mentre, sola nell’ampia stanza da pranzo di casa sua, si accingeva a fare colazione.
Un nuovo giorno di fine maggio entrava prepotentemente dai finestroni appena socchiusi, con l’odore del glicine appena in boccio non ancora appesantito e guastato dai calori della stagione avanzata.
Fuori, i rumori delle prime carrozze; la città cominciava a svegliarsi dopo un sonno leggero e promettente.
Gli avvenimenti che avevano cominciato a dipanarsi nell’altra parte dell’isola erano rimbalzati fino alla città etnea suscitando aspettative ed accese discussioni, di cui il salotto di casa Belmonte era stato spesso teatro.
Elena appiattì il foglio sul tavolo, noncurante degli schizzi che il latte caldo, smosso dal brusco movimento della mano, aveva prodotto sulla tovaglia. Cercò di mettere al riparo lo scritto che i suoi occhi scorrevano avidamente.
Assunta...quanto la invidiava! Quanto avrebbe voluto essere al suo posto, a godere di quel momento che –di questo ne era certa- non avrebbe tardato a passare dagli avvenimenti comuni, di tutti i giorni, a qualcosa che è consegnato alla storia per sempre.
“...Le mie consorelle sembravano impazzite: alcune di esse, ed io ho letto le missive, hanno consegnato all’Eroe dei due mondi alcune letterine indirizzate “A te, eroe e cavaliere come san Giorgio, bello e dolce come un serafino, le nostre monache t’amano teneramente. Una di loro gli ha preso la mano per baciargliela; egli la ritrasse, ed ella, abbracciandolo vivamente, gli ha deposto un bacio sulla bocca...”
Caterina strisciò lentamente lungo il lato sinistro dell’ampia sala da pranzo, che il padre di Elena, marchese di Belmonte, aveva voluto in perfetto stile barocco, un po’ appesantito, a dire il vero, da contorcimenti e volute di fiori e frutti scolpiti nella noce scura del legno.
“Signorina Elena...” la voce era incerta, esitante, e comunicava un po’ di imbarazzo
“c’è di là suo zio, che chiede di vederla...non so, mi dica lei cosa devo fare...”
Elena, all’annuncio, con movimento repentino della mano, aveva abbandonato il foglio e s’era alzata di scatto, confermando la sua precisa volontà di vedere lo zio.
Da sempre, da quando, appena  undicenne la primogenita di casa Belmonte aveva cominciato a ragionare con una testa niente male per una ragazzina della sua età, lo zio Martino era diventato per lei un mito assoluto; una persona da amare ed ammirare incondizionatamente, i cui racconti  sulle fasi più importanti della rivoluzione del 1848 erano rimasti saldamente impressi dentro di lei.
Ricordava come fosse ieri quel fervore di iniziative che avevano accompagnato i fatti che, rimbalzando qua e là nelle varie parti d’Europa, non avevano trascurato la Sicilia, ed in particolare la città etnea in cui l’azione rivoluzionaria si era dispiegata con forza.
Troppo piccola ed ignara per seguire appieno lo svolgersi degli avvenimenti cui avevano partecipato moltissimi catanesi illustri e risoluti tra cui Pietro Marrano, Giuseppe Di Felice, Carmelo Chines, Antonio Longobardo...(questi ultimi due assidui frequentatori di casa Belmonte), ricordava invece perfettamente l’affannoso andirivieni delle amiche della madre per raccogliere denaro da destinare alla causa rivoluzionaria.
E non avrebbe potuto dimenticare la serata al Teatro Comunale alla Marina, dove si rappresentava “l’Ernani” e dove era stata -per premio- portata per mano da suo padre. Aveva gli occhi ancora pieni dei numerosi festoni tricolori, dell’eccezionale illuminazione di circa trecento grossi ceri, dell’animazione delle signore adorne anch’esse di sciarpe tricolori; della pioggia di fiori, di corone, di nastri, di fogli con componimenti poetici che cadevano giù dai loggioni; delle grida di “Evviva” che portavano l’entusiasmo al più alto grado.
Aveva cantato anche lei l’inno a Pio IX, ripetuto a ritmo da tutto il pubblico. E tutte le volte che i cavalieri della scena traevano fuori le spade per l’azione che rappresentavano, anche le spade venivano sguainate e brandite a suon di musica, perfino dalle signore...
Lo zio Martino si era contraddistinto per aver contribuito a preparare l’insurrezione  e per questo era stato dichiarato “benemerito della patria” dal Comitato rivoluzionario. Data la sua giovane età e l’indole modesta non aveva ricoperto posti di comando, ma aveva collaborato a pubblicazioni di carattere rivoluzionario. 
Poi i liberali erano stati sconfitti e la repressione aveva cancellato tutto, ma non gli ideali che erano profondamente radicati nei loro animi: nel decennio che precedette la spedizione dei Mille zio Martino Speciale aveva intensificato la sua azione di cospiratore rivoluzionario tenendosi in contatto con molti mazziniani che operavano a Malta e con molti esuli siciliani in varie parti d’Italia.
Elena aveva completato la sua educazione e per la sua istruzione  si era avvalsa della preziosa consulenza dello zio che le procurava numerosi testi  e fogli di ispirazione mazziniana.
Un abbraccio intenso e prolungato fu in grado di comunicare quello che le parole, rimaste in gola per la troppa emozione, stentavano ad esprimere.
“Hai saputo?”
“Sì, zio, mi hanno riferito del tuo discorso di Mascalucia...so dell’entusiasmo che ha suscitato. Adesso il tricolore sventolerà dovunque, senza timore di essere più abbattuto dagli oppositori...” Ed il mento volitivo proteso in avanti, i begli occhi scuri fiammeggianti furono per lo zio un’ulteriore conferma del sincero ardore rivoluzionario della nipote.
“Sono sfuggito da poco all’arresto della polizia, che non temo più, perché tanti amici mi proteggono e aspettano un nostro cenno per scendere giù a Catania da vari paesi e, sotto il comando del generale Poulet , riusciremo a strappare la città ai Borboni...”
Queste ultime parole furono pronunciate con grande veemenza, ma destarono una grande preoccupazione in Elena.
Per un attimo pensò ai grandi pericoli che correva lo zio, pericoli che non aveva mai considerato come reali,  ma che in quel momento incombevano come un’ombra sinistra e preoccupante sull’intera vicenda. Ma fu solo un attimo e la giovane riuscì a ricacciare i suoi timori, mostrando il suo turbamento solo in un lieve aggrottare di sopracciglia. Non era il momento di dare corpo alle paure.
“Senti, Elena...”
La ragazza pendeva dalle sue labbra.
Lo zio aveva consegnato ad Elena una missiva da recapitare all’indirizzo vergato sulla busta con la grafia un po’ contorta ed appuntita. Le raccomandò di essere molto guardinga e attenta per non destare sospetti. L’abbracciò ancora una volta raccomandandole prudenza, augurando alla causa rivoluzionaria la stessa fortuna che ormai era lecito sperare per la piega che avevano preso gli avvenimenti.
L’indomani mattina Elena percorreva velocemente quelle strade e quei luoghi che avrebbero fatto da sfondo agli avvenimenti che si sarebbero svolti di lì a poco: dalla piazza san Placido per via del Corso, si portò verso la via Ferdinandea e qui subito su per piazza Mazzini fino a raggiungere la via Crociferi.
Suonò al portone e attese con impazienza che le venisse aperto.
La gente cominciava ad uscire: sembrava che col tepore primaverile, di una primavera avanzata e avvolgente come quelle che la città etnea dispensa ai suoi abitanti, venissero fuori anche anche gli umori ardenti e appassionati a lungo repressi.
Ad Elena sembrò di percepire un fermento, un lavorio inusuale tra i passanti frettolosi e le ruote delle carrozze che non aveva mai percepito prima d’ora.  C’era anche un inconsueto dispiegamento di forze di polizia. La ragazza camminava a testa bassa. Al sevitore che era sceso ad aprirle il portone, consegnò la missiva ed attese la risposta che le venne consegnata di lì a breve. L’avrebbe fatta pervenire allo zio al più presto.

                                                                                                                                                                                                                                                                       Catania 7 giugno 1860
“Assunta cara,
ho ancora le orecchie e gli occhi pieni di ciò che pochi giorni fa è accaduto a Catania: anche la nostra città ha partecipato attivamente a quanto è iniziato da voi, anche qui ci sono stati molti giovani valorosi che hanno fatto onore al proprio credo, combattendo con coraggio e determinazione.
So con esattezza quanto dico perché ho appreso dalla viva voce di mio zio tutti i particolari, avendoli lui vissuti in prima persona.
La rivolta è cominciata all’alba del 31 maggio: le campane delle chiese del Borgo hanno suonato a distesa, e vi hanno fatto eco quelle della chiesa del Carmine. I borbonici, comandati dal Clary avevano già fatto innalzare le barricate sulla via del Corso, in piazza san Francesco, in piazza san Placido, oltre che al Duomo e all’Università.
Gli insorti, adunati a Mascalucia, sono scesi in città e al Borgo si sono sparate le prime fucilate, mentre sui balconi sono comparsi i primi tricolori. I borbonici, costretti a fuggire, si sono rinserrati a piazza Università dove si è accesa una lotta accanita.
Ho ancora nelle orecchie –cuginetta mia- l’eco dei colpi di mortaio e di cannone. Come tu sai la nostra casa è ai Quattro Cantoni, non lontana da questi luoghi.
Si è combattuto in via Stesicorea, nella via Mancini e nella strada degli Schioppettieri.
Pare che in questi combattimenti si sia distinta una popolana che ha comandato un gruppo di insorti  di portare un cannone alle spalle del palazzo Tornabene, nel piano dell’Ogninella, e da lì, sparando sui Borboni li ha costretti alla fuga, appropriandosi anche del loro cannone abbandonato sul percorso.
Il combattimento è infuriato fino a mezzogiorno, ma senza l’esito sperato.
Clary è riuscito a reprimere la rivolta e, con le divisioni scacciate dai garibaldini in altri centri dell’isola, ha sfogato sulla nostra città l’odio e la rabbia.
Ma per poco tempo, perché giorno 3, improvvisamente, i borbonici hanno ricevuto l’ordine di sgomberare e finalmente su tutte le torri, dal castello Ursino al castello di Aci, dal campanile del Duomo  ai balconi dei palazzi  di città, è tutto uno sventolio di bandiere tricolori.
Ho temuto mia cara, ho temuto che tutti gli sforzi dei nostri giovani andassero dispersi, ma no, ormai la sorte gira a nostro favore ed un radioso avvenire si prepara per la nostra isola...”

L’estate era scoppiata in tutta la sua appiccicosa avvolgenza quando il grosso dell’esercito garibaldino entrò a Catania, il 27 luglio 1860.
La cittadinanza tutta s’era riversata in alcuni punti nevralgici della città fin dalle prime luci dell’alba, ed anche Elena non aveva voluto mancare all’appuntamento, appuntandosi la coccarda tricolore che nessuno, mai più, avrebbe potuto strapparle dal petto con arroganza. Lo scalpiccio dei cavalli copriva e si mescolava al vocio, al suono delle fanfare e al rullo dei tamburi che accompagnavano l’incedere un po’ scomposto delle camicie rosse. Le guidavano Nino Bixio e Menotti Garibaldi, tra un uragano di applausi.
Elena e sua cugina seguirono la colonna fino al punto in cui avrebbe trovato alloggio:
a san Nicola, ed il convento fu ridotto ad una piazza d’armi, tra fucili, rastrelliere, baionette...
Ma invano la nostra appassionata e tanti altri attesero l’arrivo dell’artefice dell’impresa, dal momento che Garibaldi non si fermò, quella volta, nella città etnea, dovendo proseguire il suo percorso fino a Napoli.

                               “Garibaldi, ove sei? Qui dove or ora
                                 Lampeggiò la tua fronte e la tua spada,
                                 Dove l’anima tua palpita ancora,
                                 Viver sì attenta una sì real masnada?”*

*
da “Atlantide” di Mario Rapisardi
                                                                                                                                                                                                                        Unica pubblicazione: "Il Piccolo Letterario di Catania", Anno 2, n° 8
SEMPRE ATTUALE LA DIFESA DEI DIRITTI UMANI E DEI MINORI IN PARTICOLARE




2009
Sofonisba Anguissola

La pittrice cremonese rinascimentale, antesignana e prototipo di donna libera e realizzata  ... continua




Documentario su Edward Hopper
Presentazione del libro
Johannes Vermeer

Il pittore olandese che fu uno dei più importanti esponenti dell'arte del XVII secolo  ... continua








Artemisia Gentileschi

Talentuosa pittrice del tardo rinascimento capace di scelte moderne e coraggiose per l’epoca  ... continua
Intervista a Radio Zammù
visita




2018
Un padre dispotico e autoritario. Una madre sottomessa ed assente. Un destino già segnato fin dalla nascita. La protagonista respira quest’atmosfera rarefatta ma asfissiante al tempo stesso, trovando conforto e strumento di formazione solo nei versi: leggendoli prima, provando poi a scriverne di suoi. Ma c’è sempre una via d’uscita, anche se difficile e tortuosa. In una Catania del XVIII secolo orgogliosamente protesa verso la sua rinascita dopo i luttuosi avvenimenti che l’hanno segnata, sarà possibile per Agnese Trigona inventarsi un’esistenza diversa?
Il testo è arricchito da una illustrazione di Rossella Granata.
Il Book Trailer

I disegni del Booktrailer




Presentazione del libro a "Palazzo Biscari"




1a parte
2a parte
3a parte
Commenti dei lettori:
Adriana Cantaro
Cristina Grasso